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Salvate la "vecchia signora in grigio". Quotidiani Usa in profonda crisi


Pubblicata in data: 30/10/2009


Chi lo avrebbe detto che al prestigioso New York Times sarebbe toccato di dover tagliare 100 giornalisti. Il quotidiano newyorchese versa da tempo in acque finanziarie non proprio tranquille. Nella primavera dell'anno scorso aveva già fatto alcuni tagli consistenti, per la prima volta nella storia della testata: una ottantina di reporter accettarono la ''buonuscita'', mentre altri 20 furono licenziati in tronco. I tagli verranno eseguiti anche stavolta attraverso ''scivoli'' - uscite volontarie ed incentivi - ma non sono esclusi veri e propri licenziamenti. L'annuncio del direttore Bill Keller di tagliare altri 100 posti di lavoro entro Natale è stata una doccia fredda per la redazione e ha sollevato non poche proteste fra i lettori, molti dei quali sono disposti persino a pagare con la propria carta di credito pur di salvare la ''Vecchia signora in grigio''. Al New York Times lavorano in 1.250 fra giornalisti e altri impiegati. Tanti, se si pensa che nessun altro giornale americano supera i 750 dipendenti. Ma il dato che colpisce è un altro: il "regalo" di Natale prevede una sforbiciata pari all'8 per cento dell'intero staff.

La situazione del New York Times è la punta dell'iceberg di un mercato editoriale - quello a stelle e strisce - da tempo in grande affanno. La vendita dei quotidiani negli Stati Uniti è caduta di oltre il 10 per cento tra aprile e settembre di quest'anno. Colpa della concorrenza di internet e del crollo delle entrate pubblicitarie. L'unico quotidiano che ha visto crescere la propria tiratura dello 0,6 per cento è il Wall Street Journal, diventato il più diffuso negli Stati Uniti, superando l'ex numero uno Usa Today. Il New York Times, pur rimanendo stabile al terzo posto, è sceso per la prima volta sotto il milione di copie al giorno, registrando un -7,3 per cento. Ma a soffrire sono anche i periodici dei ricchi. Forbes si appresta ad effettuare una nuova serie di licenziamenti; Fortune farà lo stesso entro la fine dell'anno e BusinessWeek, appena acquistato dal gruppo Bloomberg, continua a perdere soldi. Per Vogue, Vanity Fair e il New Yorker sono stati annunciati importanti tagli alle spese. Le cose sembrano mettersi male anche per la Cnn, che ha lanciato il modello delle tv all-news una ventina di anni fa. E' ormai quarta in classifica, cioé di fatto ultima, tra le televisioni americane via cavo per l'informazione 24 ore su 24.

Siti informativi a pagamento, una via d'uscita contro la crisi
Far pagare i contenuti online dei principali quotidiani americani è considerato da molti come un rimedio contro il crollo delle entrate pubblicitarie. Il più euforico, in questo senso, è il mogul dell'editoria Rupert Murdoch. L'inquietante ''profezia'' del magnate australiano è che in un futuro neanche troppo lontano il web si sostituirà al cartaceo. Murdoch è convinto, infatti, che nel giro di 10-15 anni la carta stampata non esisterà più. L'unica informazione sarà sul web. Ma siccome ''il giornalismo di qualità non può essere a buon mercato'', dice Murdoch, le notizie online dovranno essere rigorosamente a pagamento. Di fronte ai conti in rosso della sua News Corporation, Murdoch corre ai ripari: oltre 3,4 miliardi di dollari sono stati bruciati nell'ultimo anno. Perciò, a partire da giugno 2010 chi vorrà consultare online il Times o il Sun, per citare un paio di siti del gruppo, dovrà confidare sulla propria carta di credito. Anche il quotidiano della Grande Mela sembra muoversi in questa direzione. New York Times Co., editrice del New York Times e del Boston Globe, nel terzo trimestre del 2009 ha registrato perdite pari a 35,6 milioni di dollari e un calo del 27 per cento nella raccolta pubblicitaria.

Allora, una via d'uscita potrebbe essere quella di puntare sul business delle news online. Così, il New York Times fa sapere ai suoi lettori che sta valutando la possibilità di far pagare un abbonamento per l'edizione online: 5 dollari al mese per accedere a tutti i contenuti di Nytimes.com, il più visitato tra i siti d'informazione. Secondo molti analisti sarà difficile per i lettori del New York Times superare la barriera psicologica delle news online a pagamento. Anche gli esperti di marketing del gruppo News Corp. consigliano cautela, perché il mondo della rete non è sempre disposto a pagare. Il rischio di fare flop e perdere lettori anche sul web è altissimo. Ma Murdoch non molla: "Possiamo guadagnare molto dalla vendita di contenuti. Quando pubblichiamo uno scoop su qualche celebrità, per esempio, il numero di contatti è astronomico".

Tra fondazioni no-profit e sovvenzioni statali. Verso la nuova era digitale
Su come uscire dalla crisi dell'editoria a stelle e strisce sono in tanti a stringersi le meningi. Oltre all'ipotesi di far pagare i contenuti online, come già da tempo fa il Wall Street Journal, alcune proposte puntano a trasformare i giornali in fondazioni no-profit, come avviene già per musei, biblioteche e teatri. C'è poi chi parla addirittura di finanziamento pubblico della carta stampata. Quest'ultima proposta arriva proprio dall'ex direttore di quel giornale che con le sue inchieste clamorose, dal Watergate in poi, è da sempre una spina nel fianco del governo statunitense: il Washington Post. Riuscirebbe questo giornale, che ha fatto dell'indipendenza un imperativo, a continuare nella propria missione professionale qualora venisse sovvenzionato dagli aiuti pubblici? La tesi molto pragmatica del salvataggio di Stato, proposta da Leonard Downie, già direttore del Washington Post per 17 anni, è che ''la società americana si debba ora assumere la responsabiità collettiva di sostenere il giornalismo indipendente in un ambiente economico che è profondamente cambiato, così come fa - spendendo molto di più - per la scuola, la ricerca scientifica, la difesa del patrimonio culturale''.

Intanto, mentre la proposta di Downie sulle sovvenzioni pubbliche all'editoria continua a suscitare molte polemiche, il direttore del NYTimes, Bill Keller, si è prestato volentieri ad un esperimento della Università di Harvard: leggere per qualche settimana il suo giornale solo in versione digitale per ''capire meglio le gioie e le frustrazioni del giornalismo su internet''. Keller ha sperimentato la lettura digitale del NYTimes in varie forme: Pc, iPhone, Kindle (il lettore digitale di Amazon) e su un notebook con il programma TimesReader, che gli ha offerto l'esperienza più vicina alla carta stampata. Ha trovato Kindle frustrante e si è accorto che leggendo le news online gli sfuggivano molti ''particolari che avrebbe notato nell'edizione a stampa''. Insomma, il digitale sarà anche un'opportunità redditizia e, magari, per certi aspetti una salvezza per il giornalismo americano. Ma soppiantare del tutto la carta stampata - nonostante le più ottimistiche previsioni - non sarà un'impresa tanto facile.

Mario Forenza


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