Festival del giornalismo 2013. “Russia, i media e il movimento di protesta”

Festival del giornalismo 2013. “Russia, i media e il movimento di protesta”

La piazza di Mosca è piena. Sono in 50mila, donne, giovani, persone di tutte le classi sociali. Non manca chi indossa pellicce di visone, oggetti di lusso. È il 10 dicembre 2011. E ci sono anche loro: i giornalisti.

Qual è il ruolo che la stampa ha ricoperto dal dicembre del 2011 al maggio del 2012, data dell’insediamento di Vladimir Putin alla guida del Cremino? E cosa è cambiato da quel giorno?

A queste domande hanno cercato di rispondere coloro che, in prima persona, fanno giornalismo in Russia partecipando all’incontro organizzato dall’Associazione Giornalisti Scuola di Perugia e moderato da Marcello Greco (Tg3). «La stampa russa è schizofrenica – dice la giornalista Svetlana Reiter (Esquire) – ci sono due verità, quella della televisione di Stato e poi quella della stampa indipendente». Non sorprende che il movimento di protesta abbia guardato proprio ai media indipendenti.

Ad aver capito che c’era bisogno di dare un’informazione diversa è stata Natalia Sindeeva, fondatrice di Tv Rain. «La gente non si fidava più della televisione tradizionale, per questo cinque anni fa ho deciso di fondare una televisione libera e obiettiva».

«Durante le proteste – sottolinea Maxim Trudolyubov, opinionista di Vedomosti – abbiamo sempre cercato di non essere di parte».

Media indipendenti: tante sfide, poche risorse
Il ritorno di Putin è un turning – point. «Putin è stato eletto di nuovo. Oggi non rappresenta più il superman della nazione, ma è lui che domina e controlla la politica e i media. Per i giornali e le tv indipendenti non è semplice andare avanti quando manca la pubblicità e vengono meno gli azionisti. Ed è facile capire che non sono tanti gli imprenditori pronti a schierarsi contro Putin ed i suoi “amici”» continua Trudolyubov.
Il problema quindi non è solo politico, ma anche e soprattutto economico.
«La situazione oggi è molto difficile. Negli ultimi mesi un direttore molto famoso è stato minacciato, un altro giornale rischia la chiusura – sottolinea Oliver Carroll, direttore di Opendemocracy Russia – è difficile sopravvivere tra i media che hanno il sussidio di Stato e quelli gestiti dagli oligarchi».

I giornalisti in Russia tra censura ed autocensure
«In Russia i giornalisti più anziani sono cresciuti in un regime in cui hanno imparato a capire subito cosa dire e cosa non dire. L’autocensura c’è sempre stata, è parte del sistema Russia. Per la generazione dei giovani giornalisti qualcosa sta cambiando – spiega Anna Zafesova della Stampa – anche la censura esiste. C’è chi parla dell’esistenza di una black list, un elenco delle persone che non possono essere nominate nelle tv di Stato. Alexeij Navalny, uno dei leader dell’opposizione, sarebbe nella lista».
Internet è ancora libero. Non ci sono i controlli che troviamo in Cina o in Iran, ma secondo Maxim Trudolyubov la situazione potrebbe cambiare: «In Russia vogliono controllare la rete». Intanto la libertà di informazione è peggiorata. Per Reporters sans Frontières nel 2013 la Russia è scesa al 148mo posto, sei posizioni in meno rispetto all’anno precedente.

C’è un futuro per la protesta?
«Nel 2011 la gente nella capitale ha iniziato ad alzare la voce. Perché – si chiedevano in tanti – non cambiamo il sistema. Lo fanno in Medio Oriente, perché noi no»spiega Oliver Carroll, direttore di openDemocracy Russia. E la protesta c’è stata. Una protesta eterogenea, scarsamente organizzata, priva di leadership. «Un movimento sorto dal basso che si è diffuso grazie ai social media e che proprio per questo è rimasto per lo più confinato a Mosca», sottolinea Maxim Trudolyubov di Vedomosti. Oggi però la società civile sembra tornata in una sorta di letargo. Dove sono finiti gli striscioni contro Putin? Dove sono i tanti che manifestavano?

«Avevamo la sensazione che la libertà fosse a portata di mano – dice Reiter – così non è stato». Per Trudolyubov il cambiamento ormai è iniziato, sarà lento, ci vorrà molto tempo e soprattutto «perché le persone scendano in piazza è necessario un avvenimento scatenante».

Nicole Di Giulio

 

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