Il convegno dell’AGSP. Giornalisti a confronto tra crisi del mercato e merito

Il convegno dell’AGSP. Giornalisti a confronto tra crisi del mercato e merito

Come si può riuscire a conciliare un mercato editoriale in profonda crisi con la presenza di oltre 100mila giornalisti, molti dei quali non riescono neanche ad accedere al mondo del lavoro? Come si affronta oggi la sfida di un mestiere bloccato tra aziende in rosso alla presa con continui tagli, e la necessità di un’informazione corretta e precisa, spesso fatta da precari sotto pagati? Di questo si è parlato oggi al convegno “Giornalista, un mestiere in un mercato senza merito?” organizzato dall’Associazione Giornalisti Scuola di Perugia, con il patrocinio della Rappresentanza italiana della Commissione Europea, dell’Ordine nazionale dei giornalisti, di Radio Uno Rai e con la collaborazione dell’Ufficio d’informazione in Italia del Parlamento europeo.

Un dibattito e confronto al quale hanno partecipato giornalisti, direttori, amministratori delegati e sindacalisti. Molti i temi toccati durante la conferenza, che si è aperta con un messaggio di saluto del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. La crisi del mercato editoriale, la difficoltà ad accedere alla professione, le sfide imposte dal rinnovamento tecnologico e dalla trasformazione del settore. Spunti, suggerimenti e anche provocazioni, ma con una convinzione comune: alla crisi si risponde con la formazione e la professionalità. Concetto ribadito dal direttore generale della Rai,Luigi Gubitosi: «Il motto della BBC, “informare, educare e intrattenere”, è ancora valido e per perseguire questo obiettivo bisogna puntare su merito e competenza», ha detto Gubitosi, aggiungendo che «la scuola di Perugia deve tornare a essere centrale per l’azienda». Altro capitolo da non dimenticare quello dell’innovazione perché, come ha detto Luigi Contu, direttore dell’Ansa e vincitore della 45esima edizione del premio Saint Vincent nel settore multimediale, «i modelli che ci sono stati fino ad ora non servono più: bisogna reiventarsi».

Certo, ma come? Svecchiando le redazioni e assumendo i giovani. «Noi abbiamo delle redazioni vecchie – spiega il vicedirettore del Corriere della Sera Antonio Macaluso – come si fa a cogliere quello che vuole un pubblico under30 se l’età media di una redazione supera i 40 anni?». Bisognerebbe far entrare giovani giornalisti, ma questa esigenza si scontra con un mercato editoriale in crisi profonda che assume poco o niente. Ogni anno mille persone sostengono l’esame di abilitazione professionale. Una cifra spaventosamente alta rispetto ad un’offerta che, ottimisticamente, ne richiede al massimo 200. Occorre una riforma in questo senso. Per Gianni Scipioni Rossi, direttore di “Rai Parlamento” l’accesso “va limitato alle scuole” dice in maniera provocatoria. Linea sostenuta anche da Roberto Natale: «Basta anomalie, al nostro ordinamento si deve accedere attraverso un regolare corso di studi», dice il presidente della FNSI, rilanciando anche la necessità di una legge sull’equo compenso.

Per Andrea Zappia, amministratore delegato di Sky Italia «occorre un modello di business che faccia utili in modo da sostenere l’informazione». Un’informazione che per il direttore di “Rai Radio 1” Antonio Preziosi deve essere corretta e attenta e non «una competizione senza regole», ma che ha un necessario bisogno di aiuto, come chiede il direttore de “Il Tempo”, Mario Sechi. «Serve una nuova legge sull’editoria perché così noi non sopravviviamo». Insomma, sono necessari cambiamenti e sostegni, anche economici, che però devono andare nella giusta direzione, «in un’ottica meritocratica e solo per progetti innovativi» spiega il presidente della Fieg Giulio Anselmi.

Di difficoltà, per chi vuole intraprendere questa strada ce ne sono molte, eppure, paradossalmente, quelle maggiori sono «per chi è già dentro più che per chi sta fuori» dice Giovanni Floris, ex allievo della Scuola di Perugia e conduttore di “Ballarò”. «E’ proprio in questi momenti di cambiamento, in cui il sistema traballa, che chi sta fuori deve provare a buttarlo giù». Magari utilizzando le “armi” del merito, della formazione e della qualità.

Giulia Serenelli