IJF15, “Giornalismo sportivo al femminile”

Novembre 1973. Una ragazza di 27 anni riesce a farsi accompagnare nella camera d’albergo di un famoso calciatore italiano. Vorrebbe intervistarlo, ma lui è in silenzio stampa da sei mesi. Lei gli spiega la situazione, sperando che accetti. La tensione la porta alle lacrime: “In questo momento, ha in mano la mia carriera”, gli rivela.

Pochi giorni prima, infatti, il direttore della Gazzetta dello sport l’ha sfidata: se gli avesse portato un’intervista di quel campione, l’avrebbe assunta. Rendendola, di fatto, la prima donna a occuparsi di giornalismo sportivo in Italia.

Quel famoso giocatore la guarda. Valuta. Poi, decide: “Apra il taccuino, iniziamo l’intervista”.

Comincia così la carriera di Rosanna Marani, la pioniera delle donne nel giornalismo sportivo. Quel campione era Gianni Rivera.

Sono passati più di quarant’anni da allora, eppure la declinazione femminile del giornalismo sportivo non conosce ancora una vera consacrazione. A frenarla è soprattutto lo scetticismo dei colleghi maschi, ma pesano anche casi di approcci non proprio felici tra le donne e la cronaca sportiva. Episodi di ignoranza sul campo, spesso commessi da giornaliste avvenenti ma non troppo preparate. Secondo Nicoletta Grifoni, voce storica di Tutto il calcio minuto per minuto, sono scivoloni che “fanno tornare indietro” la credibilità femminile in questo campo.

Rosanna Marani e Nicoletta Grifoni, insieme a Elisa Calcamuggi e Simona Rolandi, hanno parlato proprio di questo nel panel “Giornalismo sportivo: singolare femminile?”, moderato da Giorgio Matteoli e organizzato dall’Associazione Giornalisti Scuola di Perugia.

Una chiacchierata ricca di aneddoti e riflessioni, in cui non è mancata una nota di speranza: “Dopo diciotto anni di lavoro – racconta Simona Rolandi – ringrazio ogni giorno di non sentirmi dire più di tornare a fare la calzetta. Ma c’è ancora tanto da lottare. Per emergere servono professionalità e umiltà”.

Solo così si riuscirà a uscire dai pregiudizi e dalle facili ironie: “Mi hanno chiesto spesso se ho avuto delle love story con qualche calciatore”, ricorda, un po’ infastidita, Rosanna Marani. “Ma ho sempre risposto che non sono abituata a portarmi il lavoro a casa”.

Marco Frongia

IJF15, “L’epica minore dello sport”

Per molti, il calcio è la più grande religione del pianeta, potendo contare oltre 2 miliardi di tifosi al mondo. E se gli dei di questo Olimpo sono i giocatori, coloro che diffondono il verbo, i giornalisti, farebbero bene a interrogarsi sulle nuove modalità di raccontare uno sport che, specie in Italia, è ricco di storie epiche. Un epos sviscerato, tra mille aneddoti e boutade, nel panel intitolato L’epica minore dello sport: brocchi, gregari, perdenti, organizzato dall’Associazione Giornalisti Scuola di Perugia. Già, perché sul rettangolo verde, oltre agli Ulisse, esistono anche i Tersite.

Prendete il mitologico Egidio Calloni, attaccante del Milan degli anni Settanta. Per lui Gianni Brera adottò il manzoniano epiteto “lo sciagurato Egidio”. E un altro grande del giornalismo sportivo, Beppe Viola, battezzò i suoi frequenti errori con un lapidario e beffardo: “Calloni in area di rigore sventa la minaccia!”. Meteore di cui il firmamento del calcio è costellato: dall’ucraino Alexandr Zakarov (appena 7 gol nelle due stagioni trascorse alla Juventus), che per volere del governo sovietico prendeva uno stipendio assai inferiore a quello dei suoi colleghi, fino a Saadi Gheddafi, approdato in serie A principalmente per motivi extracalcistici e talmente scarso che persino gli avversari del Cagliari si complimentarono con lui, in occasione di un palo colpito.

“I campioni del calcio di oggi – dice Paolo Piras, inviato del TG3, con un passato da giornalista sportivo – sono narrati come prodotti. Gli esempi di dissipazione del talento sfuggono per la natura del loro fallimento all’industria del marketing e mantengono un carattere di storia che deve essere raccontato”.

Non solo brocchi però. Secondo Angelo Carotenuto ci sono anche gli “eroi per caso”, come il portiere del Reims, l’haitiano Johny Placide, che para il rigore di Ibrahimovic quest’anno all’esordio in Ligue 1, ma non avrebbe dovuto neanche giocare. Oppure, esistono i calciatori che, pur avendo avuto un momento di gloria nel passato, oggi sono finiti nel dimenticatoio (o quasi). Alberto Ginulfi, che difendeva i pali della Roma negli anni Sessanta e Settanta, oggi vive in perfetto isolamento a Castel Gandolfo. Conserva ancora la maglia di una delle leggende viventi del calcio, Pelé, a cui, in un’amichevole estiva con il Santos, parò un rigore.

Valerio Penna